In una vita, una ragione, una festa,
è solo un tratto del poco che resta
perchè l’amore che doni non basta
quando l’indifferenza ogni voce sovrasta
quando l’aurora le sue ali dischiude
porge il suo afflato con le mani ignude
Se la parola ha più peso di un gesto
apri al silenzio non rimane che questo
come su un foglio di segni ancor bianco
lascia il tuo muovere cessare, ormai stanco
ma se un appello dal tuo cuore affiora
un diverso cammino si profila, e ancora
insisti se puoi negli slanci d’amore.
non ti curar delle ferite e il dolore
tra le onde nascoste giungerà una carezza
un vento caldo farà sentir la sua brezza

Oggi mi sento altruista. Per una volta voglio impormi un minimo di umana comprensione ad una parte del mio prossimo. Quella che per alcuni aspetti, appare decisamente più disagiata e carente di altre.
Voglio infatti farmi partecipe e solidale, verso tutti coloro che quotidianamente devono affrontare, nel tragitto casa-lavoro, il disagio delle aspre mulattiere di montagna o le insidie delle dune del deserto, oppure ancora le asperità dei nostri scoscesi canyon.
Per non parlare delle autentiche prove di sopravvivenza cui sono costretti coloro che devono guadare torrenti in piena, oppure attraversare oscure e limacciose paludi, o anche soltanto….pozzanghere nel cortile di casa.
Parlo naturalmente dei possessori di gipponi fuoristrada o di SUV (Sport Utility Vehicles – perchè in inglese si sa, è molto più scic!). Di quei macchinoni insomma, tanto grandi e inquinanti quanto inutili, che stanno invadendo, sulla scia di una moda importata dall’America le nostre strade, ahimè diversamente dalle highways di quel paese, strette e intasate fino al collasso. Strade che occorre tuttavia riconoscere sono asfaltate nella loro totalità, fin quasi all’ingresso di casa ed in gran parte liscie come un biliardo.
Probabilmente noi che viaggiamo su auto più piccole, ecologiche e compatibili con l’ambiente, non arriviamo ad essere consapevoli di quali insidie e difficoltà si nascondano sul vialetto di casa. Di quante e quali aiuole non si possano superare se non con una rabbiosa accellerata. Di quei parcheggi possibili solamente azzannando con due ruote una fetta di marciapiede.
Tornando quindi con i piedi per terra mi sembra ragionevole affermare che l’unica utilità derivante dal possesso di auto di questo tipo – unicamente a vantaggio dei loro proprietari – sia quella di poter ostentare arroganza e il diritto di abusare degli spazi altrui. Oppure no. Forse a qualcuno potrà bastare il fatto di ritrovarsi seduti mezzo metro più in alto a fianco di poveri tapini incolonnati al semaforo e godere di quel senso di onnipotenza che tali veicoli sembrano avere come accessorio di serie.
Del resto, al di là di una mera ostentazione e di un eccesso di esibizionismo, quale altra ragione può stimolare l’acquisto di un simil-autocarro, scomodo e rumoroso, del peso di un carrarmato, che consuma come un aereo, e come tale necessita di una scaletta per salirci?
Forse un diversa affermazione sociale che possa servire a sollevare un ego perennemente frustrato. O più probabilmente qualche nascosta carenza sessuale. O ancora, atavici ed irrisolti problemi affettivi.
Oggettivamente sembrano queste le uniche ragioni che possono spingere a munirsi di SUV.
Non sicuramente il buon senso.

I governi e le nazioni, i potenti del mondo insieme all’O.N.U. si interrogano periodicamente su come e cosa il Nord del mondo possa fare per il Sud povero e emarginato.
Nonostante gli sforzi di governi illuminati da una parte e aiuti concreti e collaborazioni di sviluppo dall’altra, il divario economico tra Occidente e Africa continua ad allargarsi. Il neocolonialismo e il neoliberismo imperante impongono quindi alle nostre coscienze vere e proprie “restituzioni”.
E’ giunto il momento in cui noi tutti, singoli cittadini, governi o istituzioni, dobbiamo sforzarci di affrontare il problema, domandandoci quale possa essere il modo più giusto e breve per restituire al Sud del mondo le tante risorse e le ricchezze usurpate nel corso dei secoli: dal petrolio ai diamanti, dall’oro al silicio, dal cotone al cacao.
Ogni giorno che passa infatti il nostro benessere aumenta, costantemente presi come siamo, dal bisogno di consumare e di accumulare, circondati da tanti beni materiali e virtuali – spesso inutili – che rendono piacevole la nostra vita, mentre 17.000 – DICIASSETTEMILA ! – bambini muoiono OGNI GIORNO ancora per fame, mancanza d’acqua e malattie.
Il guaio è che purtroppo tutto questo ancora non basta: il 20% del mondo, quello occidentale, è ormai arrivato a consumare più dell’80% delle risorse disponibili, lasciando alla maggioranza della popolazione soltanto le briciole del restante magro 20%.
Una situazione insostenibile, che non può continuare con queste modalità e che finisce per alimentare contrasti politici, emergenze ambientali ed economiche, oltre a fornire motivazioni alle frange terroristiche.
Mentre a questo nostro mondo occidentale, in crisi ma ancora ricco e opulento – e forse ancor più insoddisfatto – si affacciano prepotentemente alla ribalta nuove economie, come quella cinese e indiana, il continente africano rimane in stallo, senza alcuna prospettiva di crescita.
Dalla presa di coscienza di una simile realtà possono assumere un nuovo corso le relazioni internazionali.
Oggi come non mai s’impone ai paesi ricchi il “dovere della restituzione” alle genti del sud, specie di quell’Africa depredata e impoverita nei secoli.

Addio fedele compagna di metallo.
Quanta strada percorsa insieme!
Quanti chilometri di speranze macinati senza sosta.
Quanti litri di emozioni emulsionati alla benzina, nel tuo “Fire-milledue-sedici valvole”
E pioggia scrosciante o sole accecante, dal tuo parabrezza.
E giorni freddi e notti bollenti cuciti nei tuoi sedili.
Mentre davanti agli occhi scorrevano paesaggi da fiaba, oppure strade sconnesse e infangate od ancora autostrade intasate.
Emozioni irripetibili, sorrisi amari e dolci pianti impressi come codici indelebili sui cristalli o nascosti per sempre tra le fessure delle tue lamiere.Quale incerto destino ti attenderà ora? Quale nuovo orizzonte ti si presenterà oltre la porta di quel concessionario a cui ti ho lasciato in consegna?
Ho avvertito il cuore stringersi nel dover lasciare il volante alle mani di quel venditore che – ignaro di quanto “vissuto” celasse il tuo abitacolo – ti ha parcheggiata in un angolo, insieme a tante altre auto, al pari di una anonima merce di scambio.
Chissà su quale strada macinerai chilometri d’ora in avanti? Perchè ne sono convinto di strada ne farai ancora parecchia.
E per te non avrà importanza se saranno i boschi della Lituania o le colline della Macedonia a sollecitare la tua meccanica: scalderai il motore come fosse il tuo cuore e nuovamente sarai pronta e disponibile al dovere.
Del resto le distanze per te non hanno mai rappresentato un problema: bastava accendere il motore, innestare la prima e si partiva, senza indugi, senza sorprese. Ogni mattino eri pronta ad una nuova avventura.
Addio dunque compagna fedele e affidabile.
Anche se siamo distanti, un po’ della tua essenza sarà sempre con me.

“L’ Emmanuel” (Testi : Isaia 7.14,15 ; Matteo 1. 23 ) “Dio è con noi” – sta scritto – ma io, con chi sono io ?

Ho l’abitudine di scrivere le mie riflessioni con la penna biro ( e più spesso, con la matita nera di grafite che si usava un tempo) sui fogli di un quaderno, prima di digitarle sulla tastiera.
Attraverso il segno che si traccia sulla carta bianca ho la sensazione di poter esprimere concetti più profondi e incisivi,
anche se maltrattati in seguito da correzioni e cancellature varie.
L’amicizia comporta sforzi, a volte anche sacrificio verso l’Altro.
L’amicizia costa! Costa tempo, fatica e disponibilità.
Costa, specie nel momento in cui sembrano scemare gli slanci dell’iniziale conoscenza e simpatia reciproca.
Ma quanta gratificazione da un amico sincero e leale.
Sapere di potersi affacciare in uno specchio fedele, incapace di inganni, spoglio di quelle ipocrisie dettate dalle convenzioni.
E che proprio per questo a volte risulta un po’ scomodo da accettare e amare. Quando la verità arriva a disturbarci o non amiamo ammettere errori o mancanze.
Amare gli altri per amare di più noi stessi. Quando siamo capaci di spenderci per un amico, a rinunciare ad una parte di noi e donarla a chi vuole in fondo solo la nostra compagnia.
L’impegno costa.
Costa fatica, sacrificio, abnegazione, ma è l’unico modo per riuscire a portare a casa risultati validi.
Senza questo basilare ingrediente, qualunque cosa noi facciamo, nel lavoro, nello sport, in famiglia, non potrà che avere un esito insoddisfacente, accompagnato da un senso di incompiuto, dal sapore indefinito, come di una minestra senza sale.
Come un film dal finale scontato, un automobile nuova che spesso ha bisogno di essere ricoverata in officina, un ristorante dal servizio approssimato.
E’ evidente che buona parte di coloro che hanno concorso alla realizzazione di beni e servizi che troviamo scadenti, dal risultato insufficiente, non hanno messo l’anima in quello che facevano, non credevano nel loro operato.
A ben vedere chi non crede in quello che fà non crede in se stesso.
Anche se costoro sono invariabilmente i primi a pretendere la perfezione dagli altri; il miglior risultato in quello che a loro volta acquistano, subito pronti a pontificare sui disservizi o sulla scarsa qualità di un servizio -appunto- come di un bene durevole.
Mentre se ognuno di noi sapesse mettere qualcosa in più di sè stesso in quello che fa, un pò più di creatività, un’attenzione diversa, potremmo trovare e ricevere soddisfazione maggiore e scoprire in noi capacità nuove e sconosciute.
E ritrovarci in seguito con risultati di gran lunga superiori alle nostre aspettative e un rinnovato piacere nelle attività di ogni giorno.